Dalle montagne alle cabine: Tony Leigh

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Non c’è miglior modo per cominciare l’anno sul Blog che con un nuovo articolo! Proprio per questo pubblico l’intervista a Tony Leigh, un interprete londinese residente a Barcellona. Tony, al di là della pacatezza che lo contraddistingue, è una persona con diversi interessi, che riveleremo più avanti.

– Come prima cosa, vorrei ringraziarti per aver concesso questa intervista in mezzo alle feste, un periodo molto impegnativo per tutto il mondo e, chiaramente, lo è anche per te. Immagino che avrai alcuni giorni di riposo a Barcellona. La prima domanda che mi viene in mente è come tu sia finito là. C’è stata qualche ragione in particolare che ti ha portato a scegliere quella città o sei andato all’avventura?

– In qualche modo, è stata Barcellona a scegliere me. Inizialmente, sono venuto in Spagna per lavorare nel settore del turismo, nello specifico in quello sciistico, e quando finalmente ho sentito il bisogno di un maggiore stimolo intellettivo, Barcellona era la città che meglio conoscevo della Spagna, quella più vicina e, soprattutto, il posto dove abitava la mia ragazza di allora!

– Parlando di lavoro, tra i tuoi clienti si annoverano diverse istituzioni, come le Nazioni Unite, l’Unione Europea, le autorità spagnole e il servizio postale degli Stati Uniti durante le Olimpiadi del ’92. Cosa ci puoi raccontare della tua esperienza con ciascuno di questi organismi? Ti piacerebbe lavorare un giorno per qualche organizzazione internazionale?

– Chiaramente, il lavoro più divertente e interessante l’ho svolto col servizio postale degli Stati Uniti (USPS) durante I Giochi Olimpici del 1992. Mi ha permesso di assistere non solo alle cerimonie di apertura e di chiusura –che sono state una vera meraviglia–, ai ricevimenti del COI, ecc., ma anche a molte delle gare, un privilegio vero e proprio. L’evento che più mi colpì fu la finale di tennis maschile, una partita incredibile, esaltante, che durò più di 4 ore, tra Jordi Arrese e Marc Rosset. Il mio lavoro con l’ONU e la Commissione Europea è stato più che altro saltuario. Lavorare con queste organizzazioni non mi ha mai attratto; credo che il mercato libero sia molto più interessante, soprattutto data la sua varietà e perché rappresenta una sfida costante.

– Poco fa hai fatto da interprete in un congresso che celebrava il 25° anniversario della caduta dell’Unione Sovietica. Fra gli oratori, c’era l’ex primo ministro della Romania. Che sensazione hai dentro la cabina quando sai di essere davanti a qualcosa di così importante?

– Tutti quanti sono importanti. Normalmente, tutti gli oratori sono importanti per il proprio pubblico. In questo caso in particolare, ho sentito un forte rispetto nei riguardi dell’oratore, che accettò l’incarico di primo ministro in modo fortuito in un momento d’immensa difficoltà. Com’è successo in altri paesi, si trattava di qualcuno proveniente dal mondo accademico, nominato primo ministro senza aver cercato il posto. La differenza tra la Romania e altri paesi dell’antica URSS giace nella scala di violenze che hanno patito.

– Il compito dell’interprete di solito è molto stressante per via dello sforzo costante che richiede e per altri rischi del mestiere in cui, talvolta, ci si imbatte: ti è capitato di volerti mordere la lingua per essere costretto a interpretare qualcosa con cui eri del tutto in disaccordo?

– Sì, naturalmente mi è successo in più d’una occasione, ma temo che il codice etico della professione non mi permetta di fare commenti al riguardo.

Tony booth

– Quale credi che sia stato il congresso più insolito che ti sia mai capitato?

– A dire il vero, non è stato un congresso, ma un corso; un corso di medicina alternativa in cui abbiamo tradotto dei video d’interviste ai pazienti. Era particolarmente importante trasmettere tutte le loro emozioni e sensazioni. La cosa più buffa è stata una signora che era convinta d’essere un cavolo!

– Ti va di raccontarci qualche altro aneddoto buffo di cabina?

– Un aneddoto che mi fa ancora sorridere è stata la mia esperienza come suggeritore in un teatro. Lavoravamo in una città costiera –di cui forse non è necessario che ricordi il nome–, in un bellissimo teatro antico. Qualcuno dell’organizzazione ebbe l’originale idea di piazzare la cabina degli interpreti nello spazio che di norma occupa il suggeritore. La buca del suggeritore –la finestrella attraverso la quale sussurrano agli attori che hanno un vuoto di memoria– era molto alta, per cui avevano impilato 3 tavoli, uno grande a mo’ di gradino, un altro più piccolo co me base e un terzo che ci serviva come scrittoio. Devo continuare? Mentre lavoravo, immerso nella mia interpretazione, mi sono dondolato leggermente all’indietro…

– Cambiando completamente discorso, la dieta inglese non gode di una bella fama a livello internazionale, mentre quella mediterranea è molto in voga. Quando ti dedichi a una delle tue passioni (la cucina), quale scegli tra le due? La cucina inglese ha veramente la fama che si merita?

– A dire il vero, le cucine che più mi piacciono sono quella indiana e quella tailandese, anche se preparo diversi piatti cinesi. Faccio pochi piatti britannici proprio per i motivi a cui fai menzione. Ciò nonostante, credo che al giorno d’oggi la cucina britannica stia attraversando un momento di riscoperta e si stanno recuperando molti piatti dell’epoca del Rinascimento, molto elaborati e gustosi.

Tony cook

– Sei passato da un posto dove tutte le cose si fanno molto presto a un altro dove si fanno molto tardi: ti ha colpito vivere certe differenze? Hai faticato ad adattarti a certe abitudini? Se dovessi fare un confronto tra le due realtà, cosa diresti con l’ottica di chi le conosce entrambe?

– Nonostante in apparenza siano due culture simili, più le conosci e più trovi differenze. A mio giudizio, come capita sempre, entrambe hanno tanto da offrire e più che altro c’entra un discorso di preferenza personale. Sin dall’inizio, io mi sono sentito più a mio agio in Spagna di quanto non mi fossi mai sentito nel Regno Unito. Mi piace di più il modo in cui si vivono i rapporti sociali, li trovo molto più rilassati.

– Dallo sci allo yoga: a quanto pare il tuo concetto di divertimento non ha vie di mezzo tra vertigini e velocità o tra silenzio e rilassamento. Sono diversi modi per scaricare i nervi e liberare la mente? Come hai scoperto questi due mondi così diversi?

– Mi sono avviato nel mondo dello sci a 11 anni, con una gita alle Dolomiti. È stato amore a prima vista. Mi è piaciuto moltissimo. Poi ho avuto l’occasione di trascorrere un intero inverno in una stazione di sci, sciando fuoripista 6 giorni alla settimana. Dopo quell’inverno, ho deciso di formarmi e ho preso il brevetto di monitor di sci con la BASI (British Association of Snowsport Instructors). Ho passato sei stagioni a lavorare da monitor di sci in stazioni di sci di Spagna e Canada. Poi ho iniziato a sentire la mancanza di uno stimolo intellettivo (ci riferiamo all’era pre-Internet) e ho deciso di trasferirmi a Barcellona, città che avevo già scoperto e che ero riuscito a conoscere abbastanza bene durante la mia permanenza sui Pirenei.

Tony ski

Per quanto riguarda lo yoga, in verità ho iniziato a praticarlo grazie a mia madre. Lei l’ha fatto per 40 anni. Io mi sono avviato nello yoga a 19 anni, ma poi sono rimasto molto tempo senza praticarlo. Tre anni fa ho ripreso.

– Un’ultima domanda: che parti del Medio Oriente hai visitato e che immagine ti è rimasta del luogo?

– Sostanzialmente, sono stato in Israele e in Egitto. Entrambi sono paesi incredibili in cui sono state forgiate le fondamenta della nostra società e cultura attuale. L’immagine che più mi è rimasta d’Israele è quella di un paese in bilico tra la modernità e l’antichità; mentre dell’Egitto, l’immagine di un paese dalle profonde disparità sociali e di una cultura che è pure molto antica e, in larga parte, tutt’oggi sconosciuta.

– Senza dubbio, queste poche righe ci bastano per farci un’idea di quanto sia attiva la tua vita (e che, da quanto si evince, quanto lo sia sempre stata). Grazie ancora per averci permesso d’iniziare l’anno nel migliore dei modi. Buon 2015 a te e a tutti i lettori!

Tony guitar

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De las montañas a las cabinas: Tony Leigh

¡No hay mejor manera de empezar el año en el Blog que con un nuevo artículo! Es por eso que publico la entrevista a Tony Leigh, un intérprete londinense que reside en Barcelona. Tony, más allá del aire de tranquilidad que lo caracteriza, se trata de una persona con muchas inquietudes, que revelaremos a continuación.

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– Ante todo, quisiera agradecerte por conceder esta entrevista en el medio de las fiestas, que es una época de mucho ajetreo para todo el mundo y, claramente, no sos una excepción. Me imagino que tendrás algunos días de descanso en Barcelona. La primera pregunta que se me ocurre es cómo fuiste a parar allá. ¿Hubo alguna razón en especial que te indujo a elegir esa ciudad o fuiste a la aventura?

– De alguna forma, fue Barcelona la que me eligió a mí. En un principio, vine a España para trabajar en el sector del turismo, específicamente el esquí, y cuando finalmente sentí la necesidad de un poco más de estímulo intelectual, Barcelona era la ciudad que mejor conocía de España, la más cercana y, sobre todo, ¡donde vivía mi novia de entonces!

– Hablando de trabajo, entre tus clientes figuran varias instituciones, como las Naciones Unidas, la Unión Europea, las autoridades españolas y el servicio postal de los Estados Unidos durante las Olimpíadas del ’92. ¿Qué nos podés contar de tu experiencia con cada uno de estos organismos? ¿Te gustaría trabajar algún día para alguna organización internacional?

– Desde luego, el trabajo más divertido e interesante fue con el servicio postal de los Estados Unidos (USPS) durante los Juegos Olímpicos de 1992. Me permitió asistir no solamente a las ceremonias de inauguración y clausura, que fueron una verdadera maravilla, a las recepciones del COI, etc., sino también a muchas de las competiciones, un verdadero privilegio. El evento que más me impresionó fue la final de tenis masculino, un partido increíble, emocionante, que duró más de 4 horas, entre Jordi Arrese y Marc Rosset. Mi trabajo con la ONU y la Comisión Europea no ha sido más que esporádico. Trabajar con estas organizaciones nunca me ha atraído; creo que el mercado libre es mucho más interesante, sobre todo por su variedad y el desafío constante que supone.

– Hace poco interpretaste en un congreso que celebraba el 25° aniversario de la caída de la Unión Soviética. Entre otros ponentes, se encontraba el ex primer ministro de Rumania. ¿Qué sensación te da en la cabina cuando sabés que estás frente a algo de ese nivel de importancia?

– Todo el mundo es importante. Normalmente, todos los ponentes son importantes para su público. En ese caso en particular sentí mucho respeto hacia el ponente, un señor que aceptó el cargo de primer ministro accidental en unos momentos de suma dificultad. Como sucedió en otros países, se trataba de alguien que procedía del mundo académico y que fue nombrado primer ministro sin que él buscara el puesto. La diferencia entre Rumania y otros países de la antigua URSS radica en el nivel de violencia que sufrieron.

– La tarea del intérprete suele ser muy estresante por el esfuerzo constante que requiere, aunque a veces también por otros gajes del oficio: ¿alguna vez tuviste que morderte la lengua al interpretar algo con lo que estabas completamente en desacuerdo?

– Sí, naturalmente me ha sucedido más de una vez, pero me temo que la ética profesional no me permite comentarlo.

Tony booth

– ¿Cuál creés que haya sido el congreso más raro que te haya tocado?

– De hecho, no fue un congreso sino un curso, un curso de medicina alternativa en el que nos tocó traducir vídeos de las entrevistas con los pacientes. Era particularmente importante transmitir todas sus emociones y sensaciones. ¡Lo más divertido fue una señora que estaba convencida de ser una col!

– ¿Tenés ganas de contarnos alguna que otra anécdota divertida de cabina?

– Una anécdota que aún me hace sonreír fue mi experiencia como apuntador en un teatro. Estábamos trabajando en una ciudad costera –de cuyo nombre quizá no haga falta acordarme–, en un precioso teatro antiguo. Alguien de la organización tuvo la original idea de colocar la cabina de los intérpretes en el espacio que suele ocupar el apuntador. La concha del apuntador –el ventanuco por el que susurran a los actores que se quedan en blanco– quedaba muy alto, por lo que habían apilado 3 mesas, una grande que servía de escalón, otra más pequeña a modo de base, y una tercera que utilizábamos como pupitre. ¿Hace falta que siga? Mientras trabajaba, inmerso en mi interpretación, me balanceé ligeramente para atrás…

– Cambiando completamente de tema, la dieta inglesa no tiene buena fama a nivel internacional, mientras que la mediterránea está muy en boga. A la hora de dedicarte a una de tus pasiones (cocinar), ¿por cuál de las dos optás? ¿La cocina inglesa realmente tiene la fama que se merece?

– De hecho, las cocinas que más me gustan son la india y la tailandesa, aunque también hago bastantes platos chinos. Por las razones que mencionas, hago muy pocos platos británicos. Sin embargo, creo que hoy en día la cocina británica está pasando por un momento de resurgimiento y se están recuperando muchos platos de la época del Renacimiento, muy elaborados y sabrosos.

Tony cook

– Pasaste de un sitio donde se hacen todas las cosas muy temprano a otro donde se hacen muy tarde: ¿te impactó vivir ciertas diferencias? ¿Hay costumbres a las que te costó adaptarte? Si tuvieras que comparar las dos realidades, ¿qué dirías con la perspectiva de alguien que conoce a ambas?

– Aunque aparentemente son dos culturas similares, cuanto más las conoces más diferencias ves. Creo que, como siempre sucede, las dos tienen mucho que ofrecer y más bien es cuestión de encaje personal. Yo desde el primer momento me sentí más a gusto en España que de lo que jamás me había sentido en el RU. Me gusta más cómo se viven las relaciones sociales, las encuentro mucho más relajadas.

– Del esquí al yoga: parece que tu concepto de la diversión no tiene vías intermedias entre vértigo y velocidad o entre silencio y relajación. ¿Son distintas formas de descargar los nervios y despejar la mente? ¿Cómo descubriste estos dos mundos tan distintos?

– Me inicié en el mundo del esquí con 11 años, con un viaje escolar a los Dolomitas. Fue amor a primera vista. Me encantó. Luego tuve la ocasión de pasar todo un invierno en una estación de esquí, esquiando por libre 6 días a la semana. Después de ese invierno, decidí formarme y me saqué el titulo de monitor de esquí con la BASI (British Association of Snowsport Instructors). Estuve seis temporadas trabajando de monitor de esquí en estaciones de esquí de España y Canadá. Luego eché de menos el estimulo intelectual (hablamos de la era pre-internet) y decidí irme a vivir a Barcelona, ciudad que ya había descubierto y llegado a conocer bastante bien durante mi estancia en el Pirineo.

Tony ski

En cuanto al yoga, realmente empecé a practicarlo de la mano de mi madre. Ella lo practicó durante 40 años. Yo me inicié en el yoga a los 19 años pero luego estuve mucho tiempo sin practicarlo. Ahora lo he vuelto a retomar hace unos tres años.

– Una última pregunta: ¿qué partes visitaste de Oriente Medio y qué imagen te quedó del lugar?

– Básicamente, he estado en Israel y Egipto. Los dos son países increíbles en los que se forjaron los cimientos de nuestra sociedad y cultura actual. De Israel, la imagen que más me queda es la de un país de contraste entre la modernidad y la antigüedad, y de Egipto la imagen de un país de profundas diferencias sociales y de una cultura también muy antigua y, en gran parte, aún hoy en día desconocida.

– Sin dudas, con unas breves líneas ya nos es posible hacernos una idea de la vida activa que tenés (y que, por lo visto, siempre tuviste). Nuevamente, gracias por permitirnos empezar el año de la mejor manera. ¡Feliz 2015 para vos y para todos los lectores!

Tony guitar