Presentazione VI: Elisabetta Colombo

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In occasione della sesta edizione de Intérpretes y Traductores al desnudo – Interpreti e Traduttori allo scoperto, conosceremo un profilo che sarà gradito al pubblico geek: Elisabetta Colombo, traduttrice italiana che, fra la altre cose, ha tradotto un libro su Star Wars, di cui scopriremo dettagli nel prossimo post.

Il soprannome della protagonista dell’intervista è Betty. Nata l’1 dicembre, abita vicino a Milano e fa la traduttrice specializzata in narrativa e saggistica full-time da qualche anno in questa parte. Per quanto riguarda la sua formazione, ha conseguito un Diploma di Laurea presso la Scuola Superiore Interpreti e Traduttori di Milano nel 1997.

Betty, che ha un fratello e due nipotini, ha un debole per i gatti (ne ha due a casa). I suoi interessi vanno dalle serie fantasy, come Star Wars, Harry Potter, e il mondo di Tolkien, alla lettura di horror, thriller e storia (in special modo del Medioevo). Ama la musica (“suono la chitarra… male!!”), lo shabby chic, il teatro (“faccio parte di una compagnia teatrale amatoriale, anche se ultimamente sono latitante”) ed è tifosa del Milan. Inoltre, è stata in giro per il mondo, poiché ha visitato una lunga lista di paesi: Stati Uniti, Malesia, Singapore, Kenia, Egitto, Tunisia, Capo Verde, Giamaica, Honduras, Maldive, Gran Bretagna, Francia, Spagna e alcune capitali europee. Oltre a tutto quello che è stato descritto prima, a Elisabetta piacciono le serie televisive, il vino e ridere tanto. Non le piacciono invece le bugie, i film horror e il cioccolato (cosa molto strana!).

“Come progetto personale, vorrei continuare su questa strada”, afferma. “Ho una pagina Facebook: Elisabetta Colombo, Traduzioni e Dintorni”. Qualcuno ci dà un’occhiata?

Per formulare domande, avete tre opzioni diverse:

– con un commento alla fine di questo stesso articolo;

– con un messaggio privato alla pagina di Facebook del Blog;

– con una mail a sebgfa@gmail.com.

Ricordate che bisogna chiarire se volete che le domande siano anonime. In caso di non ricevere una richiesta che lo specifichi, l’identità della persona che fa la domanda verrà rivelata.

Grazie a tutti e a presto!

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Cabine, viaggi e attivismo: Anne Martin

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Su Intérpretes y Traductores al desnudo-Interpreti e Traduttori allo scoperto festeggiamo un po’ in ritardo la Giornata mondiale della traduzione, o festa di San Girolamo, con l’intervista a Anne Martin, interprete di conferenze e professoressa all’Università di Granada. Anne, fra le altre cose, è vissuta in quattro paesi diversi e ha un profilo molto particolare.

– Grazie per aver concesso questa intervista, Anne. So che sei impegnata nella preparazione del Master in Interpretazione di Conferenze di quest’anno all’Università di Granada e che il tempo sempre scarseggia. Mi piacerebbe iniziare appunto da lì: cosa ci puoi raccontare del Master? Quali sono stati i cambiamenti rispetto alla specializzazione della Laurea di vecchio ordinamento? Quali sono i punti forti?

– La terza edizione del Master in Interpretazione di Conferenze dell’Università di Granada inizia ora. È una laurea con percorso di studi il cui scopo è quello di formare interpreti capaci d’inserirsi nel mondo professionale sia come freelance che nelle istituzioni internazionali. Le lingue che proponiamo sono: tedesco, arabo, francese e inglese combinati allo spagnolo. Gli studenti devono essere madrelingua in una delle suddette e possedere un’ottima conoscenza di altre due. È un programma con obbligo di presenza ed è molto intensivo. Ora avvieremo la 3ª edizione del Master, ma prima offrivamo una specializzazione in interpretazione con l’ormai scomparsa Laurea di vecchio ordinamento in Traduzione e Interpretazione, per cui all’Università di Granada abbiamo una vasta esperienza nella formazione d’interpreti.

Inauguración Máster 2014-15

I contenuti del Master sono molto simili a quelli della specializzazione della Laurea di vecchio ordinamento, anche se ora ci sono più ore di lezione. Nonostante con la vecchia Laurea esistessero ore di pratica, queste non erano obbligatorie, a differenza di ora, e sono sorte delle opportunità molto interessanti per fare pratica. Oltre a ciò, gli studenti devono fare una tesi di Master. Si tratta di un titolo di studi professionale e la tesi è molto pratica: un’interpretazione in una situazione reale che lo studente poi analizza tenendo conto della preparazione, la sua prestazione, ecc.. A mio giudizio, s’impara molto. Poi, essendo un Master, abbiamo a disposizione dei fondi propri (non molti, ma li abbiamo comunque), per cui possiamo organizzare delle attività come conferenze e workshop con esperti e acquisire del materiale.

Credo che uno dei punti forti è il programma di attività. Ci ha permesso di portare non solo interpreti di conferenze professionisti (dell’ONU e dell’UE, ad esempio), ma anche interpreti che lavorano in altri settori. Ad esempio, abbiamo avuto una sessione sul progetto dell’AIIC collegato all’interpretazione in zone di conflitto, oltre alla presentazione di un progetto sull’interpretazione per le vittime di violenza di genere. Inoltre, nell’ambito del programma formativo, ci siamo recati in una visita accademica di due giorni presso le istituzioni europee a Bruxelles, il che ha incluso dei workshop con degli interpreti del posto, simulazioni di prove di accreditamento dell’UE e simultanea in cabina muta in un incontro reale. È stata un’esperienza davvero positiva per tutti i partecipanti.

– Raccontano le leggende che mangi la frutta secca nella cabina per mantenere alto il livello delle tue prestazioni come interprete. C’è qualche segreto che vorresti condividere con noi?

– Hahaha! Beh, è vero: a metà pomeriggio, dopo una lunga giornata e quando ancora rimangono un paio d’ore in cabina, abbiamo bisogno di energia. In momenti come quello, la frutta secca è un buon consiglio perché i suoi nutrienti sono a rilascio lento e per quello sono più efficaci nelle sessioni lunghe per mantenere l’attività cerebrale, anziché il veloce incremento dello zucchero che si ha quando mangi, ad esempio, il cioccolato (qualcosa che fanno molti interpreti!).

Non so se ho segreti, ma sì posso condividere un paio di consigli: non arrivare mai a un lavoro d’interpretazione senza aver verificato le notizie. Può esserci stato un terremoto, un attentato, una “goleada” ai danni della squadra del presidente della riunione e che si faccia una marea di commenti che, se non capisci, ti disorienteranno. Adesso è molto facile mantenersi aggiornati sui fatti d’attualità, basta ad esempio guardare il cellulare nel tragitto al lavoro. È anche consigliabile arrivare in anticipo a un incarico d’interpretazione per poter sistemarti in cabina, leggere documenti di ultim’ora, avere persino un “briefing” con gli oratori, ed evitare lo stress aggiuntivo dell’arrivare in ritardo. Inoltre non è mai una cattiva idea avere carta e diverse penne a disposizione, caramelle per la tosse, dormire bene la notte prima… Sulle pagine web delle associazioni professionali ci sono molti consigli pratici per gli interpreti.

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– Qualche momento memorabile?

– Dopo così tanti anni di esercizio professionale, sì, ci sono stati diversi momenti memorabili: interpretare persone ammirevoli, come Eduardo Galeano, o il mitico sindacalista Marcelino Camacho, e personaggi di spicco, quali il Re Juan Carlos, o gli ex-presidenti della Spagna Felipe González o José María Aznar. Ho pure interpretato qualche ex-alunno che ho ritrovato come oratore, dopo alcuni anni, e mi è piaciuto tantissimo invertire i ruoli. È memorabile anche interpretare degli interventi chirurgici dal vivo; in un’occasione il tecnico è svenuto per via di quello che vedeva! Facendo un bilancio, credo che i lavori che più mi hanno segnato siano stati un seminario sui parti naturali che ha riunito ostetriche del mondo intero, dalla Foresta Amazzonica fino all’ospedale meglio attrezzato. Abbiamo visto molti parti ed è stato commuovente. Poi, interpretare Pedro Duque, l’astronauta spagnolo, assieme all’equipaggio con cui è andato nello spazio, è stato emozionante. Ma ci sono altri incarichi terribili che risultano difficili da dimenticare, come interpretare le testimonianze delle vittime delle invasioni in Iraq.

– Mi piace lavorare con grandi squadre di colleghi con cui uno si trova bene. Quello mi è successo, per esempio, durante i Giochi del Mediterraneo del 2005 ad Almería.

Ora che la gastronomia è di moda, mi è capitato d’interpretare cuochi famosi mentre preparavano e facevano commenti sulle loro prelibatezze dal vivo. Una volta, quando lo chef in questione stava preparando delle tapas, ci portavano degli assaggi perché potessimo capire quello che stavamo spiegando… e dunque, mentre interpretavo in cabina, ho assaggiato ostriche con granita di gin tonic e cetriolo e lecca-lecca di cioccolato con frutti di mare, fra le altre cose.

Convivere durante alcuni giorni o di più con i colleghi o gli oratori è sempre un’esperienza intensiva e coinvolgente. Forse la cosa più divertente che mi sia capitata ha avuto luogo durante un corso di formazione di giovani leader organizzato dal Consejo de la Juventud de España (Consiglio della Gioventù in Spagna) e che radunava giovani da tutto il mondo. Era un corso residenziale e, nella settimana che è durato, siamo arrivati a conoscerci piuttosto bene. Nell’ultima sessione, un gruppo ha fatto una parodia di una sessione, interpretazione inclusa, imitando quello che succedeva in cabina (tale e quale lo vedevano i partecipanti). È stato molto buffo e curioso osservare il modo in cui ci percepivano da fuori e mi dispiace soltanto non averlo registrato, dato che è stata un’enorme sorpresa e non ce l’abbiamo fatta in tempo.

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– Per quanto riguarda i tuoi rami principali di ricerca, correlati all’11-M e a una Direttiva dell’UE, cosa ti ha portata a sceglierli?

– Credo che la ricerca debba essere utile e non solo teorica. Ho interesse a esplorare l’utilità sociale delle professioni di traduttore e interprete. È necessario spiegare in che cosa consistono e svolgere un lavoro divulgativo, perché, nonostante siano professioni molto estese, non le si conosce molto bene e ci sono tanti fraintendimenti. Il processo per gli attentati terroristici dell’11-M è stato il primo mega-processo in Spagna a utilizzare l’interpretazione simultanea e il lavoro degli interpreti ha acquisito grande visibilità. C’erano certi commenti sui media e da parte dei giudici e avvocati che dimostravano una chiara mancanza di conoscenza del lavoro dell’interprete. Conoscevo personalmente alcuni degli interpreti che hanno preso parte al tutto e la loro esperienza mi ha affascinata; motivo per il quale ho voluto studiare per documentare questa pietra miliare dell’interpretazione in Spagna. Per quel che concerne la Direttiva europea, si tratta di una normativa volta a garantire e regolare il diritto alla traduzione e interpretazione professionale di qualità nei processi penali in tutti i paesi europei. In alcuni paesi funziona già bene, ma in Spagna, tanto per dire, qualsiasi persona può interpretare in ambiti giudiziari e delle forze dell’ordine e ciò non garantisce un processo giusto per le parti coinvolte. C’è una marea di resse, come i casi in cui la donna maltrattata ha come interprete il suo seviziatore. Speravamo che questa situazione cambiasse con la Direttiva, ma la trasposizione in Spagna non si sta effettuando in modo corretto.

– Tornando un po’ più indietro nel tempo, una domanda che ci facciamo tutti è… Cosa ti ha portata a traslocare da Liverpool a Granada?

– In realtà non mi sono trasferita da Liverpool a Granada, ma da Edimburgo a Granada. Nonostante io sia di Liverpool, ho studiato Traduzione e Interpretazione a Edimburgo (Heriot-Watt University). Quando ho finito, mi hanno proposto di lavorare all’Università di Granada. È stato davvero utile per me, in quanto la mia prima lingua straniera era il francese e ho pensato che un paio d’anni in Spagna mi avrebbero permesso di migliorare il mio spagnolo. Non avrei mai immaginato che sarei rimasta così tanti anni!

– E a Buenos Aires invece? Com’è stata la tua esperienza in Argentina da britannica in un periodo delicato per il paese?

– Sono stata a Buenos Aires alla fine degli anni 80, quando non c’erano relazioni diplomatiche col Regno Unito a causa della guerra delle Malvine, che aveva avuto luogo nell’anno 82. Sono andata come professoressa invitata dal Colegio de Traductores Públicos de Buenos Aires (Scuola di Traduttori Giurati di Buenos Aires) e un’università privata per impartire un corso d’interpretazione e mi hanno entusiasmata molto sia il corso che il viaggio. Mi sono dovuta recare presso il Consolato Argentino a Cadice per richiedere il visto e, nell’attesa, mi hanno detto che il Console voleva conoscermi… ma non potevo immaginare per cosa. Quando sono entrata nel suo ufficio, mi ha stretto la mano e mi ha detto che voleva farmi i complimenti perché volevo andare nel suo paese nonostante la guerra! Non ho avuto problemi in Argentina, tutt’altro. È stata un’esperienza indimenticabile e ho stretto delle amicizie che durano ancora. Mi sentirò sempre strettamente legata all’Argentina.

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– Come descriveresti la tua esperienza in Belgio? Come la giudicheresti rispetto alle altre?

– Sono andata in Belgio per uno scambio scolastico e poi, in un’altra occasione, come traduttrice in uno stage. Anche queste esperienze mi hanno arricchita e lasciato delle amicizie che ancora conservo. E poi, quel cioccolato…

– Qual è la cosa che più ti manca del Regno Unito?

– La mia famiglia, senza ombra di dubbio. Manteniamo molto il contatto ed io ci torno spesso, ma non è la stessa cosa che far parte della loro vita quotidiana. Quando i miei amici di qua vanno le domeniche a pranzare a casa dei genitori… provo una grande invidia.

– Difenditrice degli animali e dei diritti delle persone, ti definiresti come una idealista? Che cose essenziali reputi che servirebbero alla società per migliorare?

– Sì, sono idealista e inseguo l’utopia… Magari non ce la facciamo, ma l’importante è il percorso e le aspirazioni. Viviamo in un mondo dove le agenzie di valutazione e i poteri finanziari in generale hanno più potere che i governi eletti, dove uno dei principali negozi è quello delle armi e dove gli interessi economici vengono posti al di sopra dei diritti umani. Mi scandalizzano le situazioni come quella della crisi dei rifugiati, la forma in cui è stato tartassato il popolo greco (e il governo di Syriza). Tuttavia, credo che alcune cose si possano cambiare, com’è stato dimostrato lungo la storia. Per migliorare, credo che la società abbia bisogno di più giustizia sociale e trasparenza, più democrazia, insomma: più decenza.

La politica è ovunque e anche nella nostra professione ci sono cose che si possono fare. Ad esempio, collaborare come interprete volontario, lavorando gratuitamente per rendere possibile la diffusione di voci e discorsi che, altrimenti, non si potrebbero sentire.

– Qual è il tuo libro preferito e perché?

– Difficile dire… non posso sceglierne uno solo! In inglese, forse un romanzo di Sebastian Foulkes, chiamato Birdsong (Il canto del cielo), sulla Prima Guerra Mondiale. Entrambi i miei nonni hanno preso parte alla guerra e quel romanzo mi ha profondamente commossa. In spagnolo mi ha fortemente segnata Las Venas Abiertas de América Latina (Le vene aperte dell’ America Latina), così come tutti i libri del grande Eduardo Galeano. E in francese La Chute (La caduta) di Albert Camus, che ho letto a 18 anni e che mi ha rivoluzionata. C’è anche un altro autore che mi ha molto colpita specie in questi ultimi anni: Khaled Hosseini.

– È risaputo che sei dipendente del cioccolato e del vino e che sei un’ottima cuoca, anche se non mangi la carne. È molto difficile per te? Che ricette riesci a preparare bene? Qualche vino preferito?

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– Non è affatto difficile per me non mangiare la carne, anche se nemmeno sono rigida. È stata una lenta evoluzione lungo molti anni e ha a che fare col mio rigetto per il maltrattamento di animali. E poi ci sono tante altre cose buone da mangiare! Poi sono flessibile. Mi piace improvvisare nella cucina, seguire il mio intuito e inventare nuove combinazioni con quello che c’è in frigo. Adoro il cibo indiano e spesso preparo piatti indiani a casa (e metto musica di Bollywood per creare atmosfera). Questa estate ho scoperto la cucina tailandese e anche questa mi sembra interessante. Mi sto già dando da fare con alcuni piatti. E, certamente, quella italiana, ma non sono così brava. Non sono riuscita ancora a trovare il segreto degli spaghetti alle vongole, non riesco a preparare bene quel piatto nonostante i vari tentativi. Invece per i vini, ci sono alcuni di Ribera de Duero che adoro, come il Matarromera e il Carramimbre. Certo, ci sono degli ottimi vini in altri paesi pure, ma non li conosco così tanto.

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– Ultimamente viaggi spesso in Italia, vuoi per lavoro, vuoi per svago. Cosa ti attira di più del bel paese? Che posti hai visitato e quali sono le tue prossime mete?

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– Mio padre era innamorato dell’Italia. Durante la IIª Guerra Mondiale è vissuto a Bari e Napoli. Parlava italiano e siamo andati spesso in vacanza in Italia quando ero bambina. Adoravo il cibo, i paesaggi, la storia, la cultura, la combinazione unica e misteriosa tra eleganza e un tantino di caos… Guardare il mare da Siracusa e pensare che Archimede potrebbe essersi ispirato guardando lo stesso paesaggio, ad esempio… Che posti ho visitato? Quando ero piccola, ci recavamo in vacanza nell’Adriatico e a Forte dei Marmi, nella Toscana. Negli ultimi anni ho visitato Roma, Napoli, la Costiera Amalfitana, Verona, Sicilia e Sardegna. A dicembre vado a Venezia… Per le mie prossime mete mi piacerebbe fare un corso di cucina in qualche posto d’Italia. Se qualcuno che legge questo mi può dare un buon consiglio, avanti per favore!

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L’avete già letta; c’è qualcuno che le possa suggerire qualche corso di cucina in Italia? Alla prossima intervista!

Cabinas, viajes y activismo: Anne Martin

Anne

En Intérpretes y Traductores al desnudo-Interpreti e Traduttori allo scoperto celebramos con un poco de retraso el Día Internacional de la Traducción, o día de San Jerónimo, con la entrevista a Anne Martin, intérprete de conferencias y profesora en la Universidad de Granada. Anne, entre otras cosas, vivió en cuatro países distintos y tiene un perfil muy peculiar.

– Gracias por conceder esta entrevista, Anne. Sé que estás ocupada preparando el Máster en Interpretación de Conferencias de este año en la Universidad de Granada y que el tiempo siempre escasea. Me gustaría empezar justamente por ahí: ¿qué nos podés contar sobre el Máster? ¿Cuáles fueron los cambios más importantes con respecto a la especialidad de la Licenciatura? ¿Cuáles son los puntos fuertes?

– El Máster en Interpretación de Conferencias de la Universidad de Granada empieza su tercera edición ahora. Es una titulación de un curso académico, cuyo objetivo es formar intérpretes capaces de insertarse en el mundo profesional tanto como freelance como en las instituciones internacionales. Los idiomas que ofertamos son: alemán, árabe, francés e inglés, en combinación con el español. Los estudiantes deben ser nativos de una de estas lenguas, y tener un excelente dominio de dos más. Es un programa presencial y muy intensivo. Empezamos ahora la 3ª edición del Máster, pero antes impartíamos una especialidad en interpretación en el marco de la Licenciatura en Traducción e Interpretación, ahora desaparecido, por lo que en la Universidad de Granada tenemos mucha experiencia en la formación de intérpretes.

Inauguración Máster 2014-15

Los contenidos del Máster son muy similares a los de la especialidad de la Licenciatura aunque hay más horas lectivas. Si bien durante la Licenciatura las prácticas existían, no eran obligatorias, pero ahora sí, y han surgido unas oportunidades de prácticas muy interesantes. Por otra parte, los estudiantes deben hacer un Trabajo Fin de Máster (TFM). Se trata de una titulación profesional y el TFM es muy práctico: una interpretación en una situación real que el estudiante luego analiza con respecto a la preparación, su prestación, etc.. Creo que se aprende mucho. Además, al ser una titulación de posgrado, disponemos de presupuesto propio (no mucho, pero presupuesto al fin), por lo que podemos organizar actividades como charlas y talleres con expertos, y adquirir material.

Creo que uno de los puntos fuertes es el programa de actividades. Nos ha permitido traer no solo a intérpretes de conferencias profesionales (de la ONU y la UE, por ejemplo) sino intérpretes que trabajan en otros campos. Por ejemplo, hemos tenido una sesión sobre el proyecto de AIIC relacionado con la interpretación en zonas de conflicto, y la presentación de un proyecto sobre interpretación para víctimas de violencia de género. Por otra parte, en el marco del programa de prácticas hemos realizado una visita de estudio de dos días a las instituciones europeas en Bruselas que incluía talleres con intérpretes de allí, simulacros de exámenes de acreditación de la UE y simultánea en cabina muda en una reunión real. Fue una experiencia muy positiva para todos los implicados.

– Cuentan las leyendas que comés frutos secos en la cabina para mantener el nivel de tus prestaciones como intérprete. ¿Hay algún secreto que quieras compartir con nosotros?

– ¡Jajaja! Pues sí, a media tarde, después de una jornada larga, cuando todavía quedan un par de horas de cabina, necesitamos energía. En esos momentos los frutos secos son recomendables porque son de liberación lenta y por eso en las sesiones largas son más eficaces para mantener la actividad cerebral que el pico rápido de azúcar que te da comer chocolate, por ejemplo (¡algo que hacen muchos intérpretes!).

Secretos no sé pero sí puedo compartir un par de recomendaciones: nunca llegar a un trabajo de interpretación sin comprobar la actualidad. Puede haberse producido un terremoto, un atentado, una goleada al equipo del presidente de la reunión y que haya montones de comentarios que, si no lo sabes, te descolocarán. Ahora es muy fácil mantenerse al tanto de la actualidad, consultando el móvil durante el trayecto al trabajo, por ejemplo. Por otra parte, es recomendable llegar con tiempo a un encargo de interpretación para poder acomodarte en cabina, leer documentos de último momento, incluso tener un briefing con los ponentes, y evitar el estrés adicional de llegar tarde. Además no es mala idea siempre disponer de papel y varios bolis, caramelos para la tos, dormir bien la noche anterior… En las páginas web de las asociaciones profesionales hay muchos consejos prácticos para intérpretes.

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– ¿Algún momento memorable?

– Después de tantos años de ejercicio profesional, sí, hay muchos momentos memorables: interpretar a personas admiradas como Eduardo Galeano, o el mítico sindicalista Marcelino Camacho, y personajes destacados como el Rey Juan Carlos, o los expresidentes Felipe González o José María Aznar. También he interpretado a algún que otro antiguo alumno a los que he encontrado como ponentes, después del paso de los años, y me encantó que se hubieran cambiado las tornas. Memorable también es interpretar intervenciones quirúrgicas en vivo, ¡en una ocasión se nos desmayó el técnico ante lo que estaba viendo! Haciendo balance, creo que los trabajos que más me han marcado son un seminario sobre partos naturales que reunió a comadronas del mundo entero, desde la selva del Amazonas hasta el hospital más equipado. Vimos muchos partos y fue muy conmovedor. Por otra parte, interpretar a Pedro Duque, el astronauta español, junto con la tripulación con la que viajó al espacio, fue emocionante. Pero también hay encargos terribles que resultan difíciles de olvidar, como interpretar los testimonios de las víctimas de la invasión de Iraq.

Me gusta trabajar con equipos grandes de colegas con los que uno se lleva bien. Eso me ocurrió, por ejemplo, durante los Juegos del Mediterráneo de 2005 en Almería.

Ahora que la gastronomía se ha puesto de moda me ha tocado interpretar a cocineros famosos preparando sus manjares en vivo y comentándolo. En una ocasión, cuando el chef en cuestión estaba preparando tapas, nos iban trayendo las tapas para que pudiéramos entender lo que estábamos explicando… y así, en cabina, mientras interpretaba, probé gin-tonic de ostra y pepino y piruleta de chocolate con frutos de mar, entre otras cosas.

Convivir durante unos días o más con los colegas y ponentes siempre es una experiencia intensiva y absorbente. Quizás lo más divertido que me ha ocurrido fue durante un curso formación de líderes juveniles organizado por el Consejo de la Juventud de España y que reunía a jóvenes de todo el mundo. Era un curso residencial y, a lo largo de la semana que duró, llegamos a conocernos bastante bien. En la última sesión un grupo hizo una parodia de una sesión, con interpretación incluida, parodiando lo que pasaba en cabina (tal y como lo veían los participantes). Fue muy gracioso y perspicaz ver cómo nos percibían desde fuera y solo lamento no haberlo grabado, pero fue una sorpresa total y no nos dio tiempo.

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– En cuanto a tus ramas principales de investigación, relacionadas al 11-M y a una Directiva de la UE, ¿qué fue lo que te indujo a escogerlas?

– Pienso que la investigación debe ser útil y no solo teórica. Me interesa explorar la utilidad social de las profesiones de traductor e intérprete. Es necesario explicar en qué consisten, hacer una labor de divulgación, porque, a pesar de ser profesiones muy extendidas, no se conocen muy bien y hay muchos malentendidos. El juicio por los atentados terroristas del 11-M fue el primer macrojuicio en España en utilizar la interpretación simultánea y la labor de los intérpretes cobró gran visibilidad. Había ciertos comentarios en los medios y por parte de los jueces y abogados que demostraban una clara falta de conocimiento del trabajo del intérprete. Conocía personalmente a algunos de los intérpretes que intervinieron y me fascinó su experiencia, y por eso lo quise estudiar para documentar este hito en la historia de la interpretación en España. En cuanto a la Directiva europea, se trata de una normativa para garantizar y regular el derecho a traducción e interpretación profesional de calidad en procesos penales en todos los países europeos. En algunos países ya funciona bien, pero en España, por ejemplo, cualquier persona puede interpretar en ámbitos judiciales y policiales y eso no garantiza un juicio justo para los implicados. Hay montones de tropelías, como por ejemplo la mujer maltratada cuyo intérprete es su maltratador. Esperábamos que esta situación cambiara con la Directiva pero la transposición en España no se está realizando correctamente.

– Volviendo un poco más atrás en el tiempo, una pregunta que todos nos hacemos es… ¿Qué te llevó a mudarte de Liverpool a Granada?

– En realidad, no me mudé de Liverpool a Granada, sino de Edimburgo a Granada. Si bien soy de Liverpool, hice la carrera de Traducción e Interpretación en Edimburgo (Heriot-Watt University). Cuando terminé me propusieron trabajar en la Universidad de Granada. Me vino muy bien, porque mi primer idioma extranjero era el francés y pensé que un par de años en España me daría la oportunidad de mejorar el español. ¡Nunca me imaginé que me quedaría tantos años!

– ¿Y a Buenos Aires, en cambio? ¿Cómo fue tu experiencia en Argentina como británica en un período delicado para el país?

– Fui a Buenos Aires a finales de los años 80 cuando no había relaciones diplomáticas con el R.U. a causa de la guerra de las Malvinas, que se había librado en el año 82. Fui como profesora invitada por el Colegio de Traductores Públicos de Buenos Aires y una universidad privada a impartir un curso de interpretación y me hizo mucha ilusión tanto el curso como el viaje. Tuve que ir al Consulado Argentino en Cádiz para tramitar el visado y mientras estaba esperando, me dijeron que el Cónsul quería conocerme… no me podía imaginar para qué. ¡Cuando entré en su despacho me dio la mano y me dijo que quería felicitarme por querer ir a su país a pesar de la guerra! No tuve ningún problema en Argentina, todo lo contrario. Fue una experiencia inolvidable y establecí amistades que todavía perduran. Siempre me sentiré estrechamente vinculada a Argentina.

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– ¿Cómo describirías tu experiencia en Bélgica? ¿Cómo la calificarías con respecto a las demás?

– A Bélgica fui como estudiante de intercambio, y luego en otra ocasión como traductora en prácticas. También fueron experiencias enriquecedoras, que me dejaron amistades que todavía conservo. Además, ese chocolate…

– ¿Qué es lo que más extrañás del Reino Unido?

– Mi familia, sin lugar a dudas. Tenemos mucho contacto y voy mucho, pero no es lo mismo que formar parte de su vida diaria. Cuando mis amigos de aquí van los domingos a comer a casa de los padres… me da mucha envidia.

– Defensora de animales y de los derechos de las personas, ¿te definirías como una idealista? ¿Qué cosas esenciales creés que necesitaría la sociedad para mejorar?

– Sí, soy idealista y persigo la utopía… A lo mejor no llegamos, pero lo importante es el camino y las aspiraciones. Vivimos en un mundo donde las agencias de calificación y los poderes financieros en general tienen más poder que los gobiernos elegidos, donde uno de los mayores negocios es el de armas y los intereses económicos están por encima de los derechos humanos. Me escandalizan situaciones como la crisis de los refugiados, la forma en la que se ha machacado al pueblo de Grecia (y al gobierno de Syriza). Sin embargo, creo que sí se pueden cambiar algunas cosas, como se ha demostrado a lo largo de la historia. Para mejorar, creo que la sociedad necesita más justicia social y transparencia, más democracia, más decencia en suma.

La política está en todas partes y desde nuestra profesión también hay cosas que se pueden hacer. Por ejemplo, colaborar como intérprete voluntario, trabajando gratuitamente para posibilitar la difusión de voces y discursos que, de otra forma, no se oirían.

– ¿Cuál es tu libro preferido y por qué?

– Difícil… ¡no puedo elegir solo uno! En inglés, quizás una novela de Sebastian Foulkes llamada Birdsong, sobre la primera guerra mundial. Mis dos abuelos estuvieron en esa guerra, y esa novela me conmovió profundamente. En español me marcó mucho Las Venas Abiertas de América Latina, como todos los libros del gran Eduardo Galeano. Y en francés La Chute de Albert Camus, que leí con 18 años y me revolucionó. Hay también un autor que me ha impresionado especialmente en estos últimos años y es Khaled Hosseini.

– Es sabido que sos adicta al chocolate y al vino y que sos muy buena cocinera, aunque no comés carne. ¿Se te hace muy difícil? ¿Qué recetás se te dan bien preparar? ¿Algún vino preferido?

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– No se me hace nada difícil no comer carne, aunque tampoco soy estricta. Fue una evolución lenta a lo largo de muchos años y tiene que ver con mi rechazo al maltrato animal. Además ¡hay tantas otras cosas ricas que comer! Tampoco soy estricta. Me gusta improvisar en la cocina, seguir mi intuición e inventar nuevas mezclas con lo que hay en la nevera. Me encanta la comida india y a menudo preparo platos indios en casa (y pongo música de Bollywood para ambientar). Este verano he descubierto la cocina tailandesa y también me parece interesante. Ya estoy dando mis pinitos con algunos platos. Y, por supuesto, la italiana, pero no se me da tan bien. Todavía no he encontrado el secreto de “spaghetti alle vongole”, no me sale bien ese plato por mucho que lo intente. En cuanto a vinos, hay algunos vinos de Ribera de Duero que me encantan, como el Matarromera y el Carramimbre. Claro, hay vinos excelentes en otros países también pero no los conozco tanto.

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– Últimamente viajás seguido a Italia, ya sea por trabajo o por placer. ¿Qué es lo que más te atrae del bel paese? ¿Qué lugares visitaste y cuáles son tus próximas metas?

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– Mi padre era un enamorado de Italia. Durante la IIª Guerra Mundial vivió en Bari y Nápoles. Hablaba italiano y fuimos mucho a Italia de vacaciones cuando yo era niña. Me encanta la comida, los paisajes, la historia, la cultura, la combinación única y misteriosa entre elegancia y algo de caos… Mirar el mar desde Siracusa y pensar que Arquímedes puede haberse inspirado mirando esa misma vista, por ejemplo… ¿Qué lugares visité? Cuando era pequeña íbamos de vacaciones al Adriático y a Forte dei Marmi, en la Toscana. En los últimos años he visitado Roma, Nápoles, la costa Amalfitana, Verona, Sicilia y Cerdeña. En diciembre voy a Venecia… En cuanto a mis próximas metas, me gustaría hacer un curso de cocina en algún lugar de Italia. Si alguien que lee esto me puede hacer una buena recomendación, ¡adelante, por favor!

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Ya la leyeron; ¿hay alguien que pueda recomendarle algún curso de cocina en Italia? ¡Hasta la próxima entrevista!

Presentazione V: Anne Martin

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Dopo una lunga assenza, Intérpretes y Traductores al desnudo – Interpreti e Traduttori allo scoperto riprende l’attività per offrirvi la quinta intervista del Blog. La protagonista di questa pubblicazione sarà una interprete britannica. Questa volta vi presento Anne Martin.

Anne, che ormai da tempo si è stabilita a Granada e che ha due figlie, è nata un 13 luglio nella città di Liverpool. È una figura conosciuta nell’ambito dell’interpretazione di conferenze in Spagna e nella docenza e ricerca a livello universitario. Infatti, è Professoressa di prima fascia d’Interpretazione e Coordinatrice del Master in Interpretazione di Conferenze presso l’Università di Granada, oltre ad essere Interprete di Conferenze freelance come membro dell’AICE (Asociación de Intérpretes de Conferencia de España). A livello formativo, ha conseguito una Laurea in Traduzione e Interpretazione presso l’Università Heriot-Watt di Edimburgo e un Dottorato in Traduzione e Interpretazione all’UGR.

Una curiosità: racconta che la sua principale area di ricerca attuale è “interpretazione e ideologia”. Tuttavia, è conosciuta soprattutto per essersi dedicata alla docenza nell’ambito dell’Interpretazione per i Servizi Pubblici, il che include l’Interpretazione Giuridica (in particolar modo per quanto riguarda il processo dell’11-M). “Oltre a ciò, ho formato parte del comitato che aveva come scopo fare lobbying a favore di una trasposizione adeguata della Direttiva UE 2010/64 sul diritto alla traduzione e interpretazione nei procedimenti penali“, aggiunge.

“Vivo da tempo in Spagna”, racconta. “Anche se ho vissuto pure in Argentina e Belgio… e nel Regno Unito (of course!)”. Da brava interprete, Miss Martin ha viaggiato per tutto il mondo; nella sua lista di paesi visitati si annoverano l’Australia, il Brasile, il Paraguay, Cuba, Stati Uniti, Marocco, Tunisia e la maggior parte dei paesi europei (soprattutto l’Italia, che è un paese che adoro”). Dipendente confessa del cioccolato e appassionata di politica, viaggi, mangiare, leggere, fare trekking, animali, jazz e giardinaggio, le piace anche “cucinare come modo di esprimere affetto”. Poi ama le cose semplici come, curiosamente, i temporali, la luna piena e un po’ di salutari risate. Non sopporta l’ingiustizia, la gente che crede di sapere tutto né tantomeno la slealtà (“sia nella traduzione/interpretazione che nella vita…”).

Rivolgendo uno sguardo al futuro, vuole continuare ad essere felice e fedele a sé stessa, aiutare in quello che le risulti possibile e non fare del male a nessuno. Poi, come molti di noi, vorrebbe fare un uso più razionale del proprio tempo, riprendere le lezioni d’italiano, imparare fotografia, vedere un’aurora boreale e visitare la Grecia, un paese in cui non è ancora stata.

Se qualcuno desidera sapere più su di Anne nell’intervista, può inviare delle domande.

Per formulare domande, avete tre opzioni diverse:

– con un commento alla fine di questo stesso articolo;

– con un messaggio privato alla pagina di Facebook del Blog;

– con una mail a sebgfa@gmail.com.

Ricordate che bisogna chiarire se volete che le domande siano anonime. In caso di non ricevere una richiesta che lo specifichi, l’identità della persona che fa la domanda verrà rivelata.

Grazie a tutti e a presto!

Presentación V: Anne Martin

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Tras una larga ausencia, Intérpretes y Traductores al desnudo – Interpreti e Traduttori allo scoperto retoma con su actividad para ofrecerles la quinta entrevista del Blog. La protagonista de esta publicación será una intérprete británica. Esta vez les presento a Anne Martin.

Anne, quien está de hace años instalada en Granada y tiene dos hijas, nació un 13 de julio en la ciudad de Liverpool. Es una figura conocida en el ámbito de interpretación de conferencias en España, así como en la docencia e investigación a nivel universitario. De hecho, es Profesora Titular de Interpretación y Coordinadora del Máster en Interpretación de Conferencias en la Universidad de Granada, además de Intérprete de Conferencias freelance como miembro de AICE. A nivel de formación, obtuvo una Licenciatura en Traducción e Interpretación en la Universidad de Heriot-Watt de Edimburgo y un Doctorado en Traducción e Interpretación en la UGR.

Como datos curiosos, menciona que su principal área de investigación en la actualidad es «interpretación e ideología». Sin embargo, se la conoce sobre todo por haberse dedicado a la docencia en el ámbito de la Interpretación en los Servicios Públicos, lo que incluye a la Interpretación Jurídica (sobre todo en lo que respecta al juicio del 11-M). «Además formé parte del comité que estaba involucrado en el lobbying a favor de una transposición adecuada de la Directiva UE 2010/64 sobre el derecho a la traducción e interpretación en los procedimientos penales», añade.

«Vivo de hace tiempo en España», relata. «Aunque también he vivido en Argentina y Bélgica… y en el Reino Unido (of course!).» Como buena intérprete, Miss Martin ha viajado por el mundo; en su lista de países visitados figuran Australia, Brasil, Paraguay, Cuba, EE.UU., Marruecos, Túnez y la mayoría de países europeos («sobre todo Italia, que es un país que me encanta»). Adicta confesa al chocolate y apasionada de política, viajar, comer, leer, senderismo, animales, jazz y jardinería, también le gusta «cocinar como forma de expresar el cariño». Además disfruta de cosas sencillas como, curiosamente, las tormentas, la luna llena y unas saludables carcajadas. No tolera la injusticia, la gente que cree que lo sabe todo ni la deslealtad («tanto en la traducción/interpretación como en la vida…»).

De cara al futuro quiere seguir siendo feliz y fiel a sí misma, ayudar en lo que le sea posible y no hacerle daño a nadie. También, como a varios de nosotros, le gustaría hacer un uso más racional del tiempo, retomar el aprendizaje de italiano, aprender fotografía, ver una aurora boreal y visitar Grecia, un país en el que aún no ha estado.

Si alguien desea saber más sobre Anne en la entrevista, puede enviar preguntas.

Para formular preguntas, tienen tres opciones distintas:

– con un comentario al final de este mismo artículo;

– con un mensaje privado a la página de Facebook del Blog;

– con un correo electrónico a sebgfa@gmail.com.

Recuerden que hace falta aclarar si quieren que las preguntas sean anónimas. De no recibir una solicitud que lo especifique, se revelará la identidad de la persona que pregunta.

¡Gracias a todos y hasta pronto!

Giurare con accento argentino

Lenguando

Meglio tardi che mai! Sebbene la pubblicazione si sia fatta desiderare, l’attesa è valsa la pena, in quanto si tratta dell’intervista più lunga pubblicata fino a questo momento sul Blog ed è da argentino a argentino, dato che sia l’intervistatore che il protagonista dell’articolo veniamo da Buenos Aires. Lungi dal parlare per parlare, Rodrigo, conosciuto in ambito professionale principalmente per via della traduzione giurata, offre molta sostanza nei suoi argomenti di conversazione. Andiamo a vedere questo scambio più in dettaglio.

– Tanto per iniziare, ti ringrazio per la disponibilità. Sono conscio del fatto che sei una persona che dorme davvero poco, per cui apprezzo il tuo sforzo. Confido che da questo scambio ne ricaveremo qualcosa d’interessante. Iniziamo col tuo ambito di specialità: le traduzioni giurate. A quanto pare, nell’UE si sta dibattendo la possibilità di “sopprimerle” o di limitarle. Cosa credi che capiterebbe e cosa faresti in quel caso?

È un piacere partecipare alle tue interviste. Offrono un punto di vista diverso sui traduttori, dimostrano che siamo persone con vite dietro lo schermo o la tastiera. In un mondo così competitivo, è necessario che ci sia più gente pronta a condividere, ad aver fiducia negli altri e ad aiutarli. Grazie per i tuoi sforzi.

Rispetto alle giurate, in realtà quel che verrebbe soppresso o limitato sarebbero le traduzioni giurate dei documenti ufficiali degli Stati. Questo significa che forse non tradurremo più un atto di nascita o un certificato contestuale, dato che invece questo documento sarà plurilingue o adattato al paese di destinazione. Attualmente, esistono già documenti di questa classe (come l’atto di nascita plurilingue, anche se per molte pratiche richiedono quello letterale e quello plurilingue invece non serve, perciò non capisco come mai non si cerchi un miglior sistema). Dunque, non sarà la fine delle giurate. Almeno è quel che spero.

– Alex Siú chiede: “come hai fatto il passo dalla traduzione giuridica alla veterinaria? A volte vedo come i traduttori passano da un ramo all’altro per via dei casi della vita. È successo anche a te?

– La verità è che il discorso è stato identico a quello del passaggio dalla localizzazione alla traduzione giuridica/giurata. Nel mio caso, non si è trattato di una coincidenza, poiché amo gli animali con tutta l’anima e c’è gente importante nella mia molto legata all’ambito veterinario, motivo per cui ho un piccolo aiuto. Mi sto ancora preparando, ma vorrei fare ulteriori progressi su questo fronte. Comunque sia, non ho intenzioni di abbandonare mai la traduzione giurata, perché senza ombra di dubbio è una delle mie più grandi passioni. Amo il mio lavoro e l’unica cosa che cambierei sarebbe quella di avere più tempo per migliorare ogni giorno di più.

Gallina

– Dal tuo punto di vista, in cosa potrebbe migliorare il collettivo d’interpreti e traduttori? In cosa deve migliorare invece?

– Come ho detto prima, credo che i traduttori abbiamo una media di voti di ammissione molto alta per l’accesso agli studi di laurea [in Spagna], che abbiamo uno spirito molto competitivo e un mercato che spinge a lavorare davvero poco in squadra. Credo che dobbiamo varcare la soglia dell’individualismo e capire che, nonostante possiamo avere delle differenze, tutti siamo traduttori e interpreti e che quel che migliora per uno si ripercuoterà anche sugli altri. È molto pesante vedere che ci sono pseudoagenzie che si approfittano di traduttori disperati che lavorano per 4 centesimi a parola, ad esempio. Poi credo che abbiamo abitudini nefaste d’incassi e pagamenti. Dobbiamo esigere i pagamenti prima d’iniziare il lavoro ai clienti diretti e, al massimo, con un margine di 30 giorni per le agenzie. Io lavoro da molti anni facendomi pagare in anticipo e vivo pura ed esclusivamente della traduzione. Non credo di essere meglio degli altri perché a me pagano e agli altri no.

– Ti piacerebbe lavorare in qualcosa di diverso in futuro?

– Mi piacerebbe avere tempo per conciliare l’essere maestro di Kung Fu con la traduzione. Mi piace molto l’insegnamento e, se si tratta d’insegnare una delle mie passioni, ancor meglio.

– Olga Jeno ha commentato nel post scorso: “Mi chiedo una cosa per quanto riguarda i molteplici viaggi di Rodrigo: si tratta di viaggi legati alla professione d’interprete o queste destinazioni sono menzionate come mete per vacanze e visite culturali?”

London Bridge

– Riguardo i viaggi, alcuni sono stati per svago, altri per caso e altri per lavoro. Sono tutti inclusi nella lista. A volte, una stessa destinazione serve sia per vacanze che per lavoro allo stesso tempo. Ad esempio, ho vissuto a Parigi, ma lo scorso Capodanno ci sono tornato in vacanza, per cui alla fine è vero quando si dice che “il colpevole sempre torna sulla scena del delitto”. 🙂

Colosseo

– A proposito di quest’ultima domanda, vorrei chiederti di raccontarci un po’ della tua vita: in che posti hai vissuto, per quanto tempo, cosa ti ha portato a emigrare e come ti sei trovato in ciascun luogo.

– Beh, tra i luoghi dove ho vissuto si annoverano Argentina, Francia e Spagna. Sono posti che mi hanno segnato. Il resto è stato per poco tempo o sono state destinazioni di passaggio. In Argentina ho trascorso una gran parte della mia vita, la mia infanzia, la mia adolescenza. Non mi pento di essere cresciuto a Buenos Aires. Ho avuto la fortuna di percorrere tutto il paese e di capire che l’Argentina è molto più che il Distretto Federale [la capitale]. Essere argentino e soprattutto porteño [di Buenos Aires] è una cosa che ti segna per sempre. Ci porta ad avere una visione molto veloce della vita.

In Francia ho vissuto mentre lavoravo per un’azienda degli Stati Uniti, quindi non ho avuto la possibilità d’imparare il francese come avrei voluto. Ciò nonostante, la convivenza coi parigini mi ha fatto sentire un tantino come a Buenos Aires e, al di là del fatto che hanno molti aspetti criticabili, credo che i francesi siano un popolo molto orgoglioso (nell’accezione positiva del termine) e che hanno coraggio per fare quanto si propongono.

E, infine, di Spagna posso dire che si tratta di un paese piccolo ma molto più diverso di quanto non si percepisca da fuori. Non è lo stesso un galiziano di un andaluso, anche se entrambi hanno lati positivi e negativi. Del nord, della mia vita a Vigo ad esempio, posso dire che è molto difficile essere spontanei o diventare amici di un galiziano velocemente. Ma una cosa è chiara: quando si aprono, hai un amico per tutta la vita. Del sud o della costa orientale, credo che tutti sanno che, nonostante non sia valenzano, mi sento come tale, quindi qualsiasi cosa dica di Valenza sarà parziale. A Valenza ho avuto i miei primi successi ed è il posto dove ho imparato a vivere, ad essere autosufficiente e indipendente. Il suo sole e la sua gente mi hanno dato tutto. Poi mi sento splendidamente comodo a Barcellona. Credo che i catalani siano un popolo meraviglioso. Essendo di continuo tra Madrid e Valenza, posso aggiungere che Madrid è la mia seconda casa e che per molti anni ho avuto dei pregiudizi nei confronti della capitale della Spagna. Dopo essermi trasferito, devo ammettere che anche qui mi sento a casa, anche se l’unica cosa che mi manca il mare, un aspetto fondamentale per me.

Emigrare è molto difficile. Emigrare ti cambia. Uno smette di essere di un posto o dell’altro e diventa un ibrido unico. Ti fa vedere le cose in modo diverso. Magari molta gente emigrasse almeno una volta nella vita per capire che quando uno va via dal proprio paese, non lo fa per infastidire quelli del paese d’arrivo, ma lo fa per bisogno, sia esso economico, sociale, culturale… L’emigrazione abbatte barriere e crea ponti, ti cambia per sempre.

– Nonostante tu viva da anni in Spagna, non hai perso l’accento argentino. Ti piace averlo mantenuto? Ti sembrano veri gli stereotipi degli argentini?

– Certo, mi fa moltissimo piacere. Una volta, una ragazza mi ha detto “non perderlo mai” e le ho dato retta. Mia nonna ha vissuto 40 anni in Argentina e non ha perso il suo accento galiziano. Spero anch’io di seguire le sue orme. Per quanto riguarda gli stereotipi, credo che sono sempre di meno. C’è gente meravigliosa che viene dall’Argentina e non vale la pena che per 4 esempi negativi si faccia di tutta l’erba un fascio. Riconosco che, IN GENERALE (spero non nel mio caso), l’argentino di Buenos Aires tende a sembrare superbo, ma credo che si debba al fatto che siamo molto estrosi e non tutto il mondo capisce che non lo facciamo sul serio. Vorrei tanto vedere altri paesi con abitanti così autocritici come gli argentini. Infatti, siamo così autocritici che a volte ci manca un pelino di vera patria (non quella di appendere la bandiera dal balcone, ma quella del non gettare i pezzi di carta per strada, del mantenere buoni rapporti coi vicini, del riconoscere le proprie sconfitte, ecc.).

– E a proposito dell’Argentina: cosa ti manca del paese? Là hai vissuto l’epoca di Menem: che ricordi ti sono rimasti di quel decennio?

– Mi mancano alcuni prodotti che non esistono in Spagna, alcuni marchi di alfajores o il dulce de leche La Serenísima. Ora in Spagna c’è di tutto e, in tutta onestà, non mi vengono in mente altre cose. Anche i miei amici mi mancano, ma fortunatamente mi vengono a trovare ogni tanto. Dell’epoca dell’innominabile, la percezione che ho è che abbiamo vissuto di crediti e che quando quel signore ha lasciato il potere, abbiamo dovuto pagare il conto del festino. È in un certo modo simile a quel che succede in Spagna e nell’UE oggi stesso. Sembrava che l’Argentina fosse diventata gli Stati Uniti o il Giappone, quando in realtà non abbiamo mai avuto le basi per esserlo.

Pibe

– La gente che ti conosce ti definisce come un tipo molto integro. Cos’è l’etica per te?

– Credo che essere etico è essere giusto al di là di quel che ti convenga. È cercare il bene generale e non quello individuale. È avere dei valori di progresso. Cerco di essere etico, cerco di essere giusto. Credo che il mondo ha un grande bisogno di quello. A volte mi prendo delle dure batoste perché cerco di esserlo, ma quando le cose funzionano, la ricompensa è molto più grande. Ad esempio, quando contratto terzi, pago loro nel momento in cui ricevo la fattura. Tenersi una fattura fino a 10 giorni e non pagare non mi sembra necessario, dato che quei soldi NON sono miei e la persona che mi ha dedicato il suo tempo e fiducia merita il massimo rispetto.

– Ci sono due peculiarità, per così dire, alle quali molti ti associano. Una è la dieta vegetariana, un aspetto un po’ insolito nell’immaginario sugli argentini: iniziamo da lì. Da quant’è che sei vegetariano? Ti manca ogni tanto mangiare un asado? Come ti gestisci con la tua dieta?

– Sono vegetariano da quattro anni e passa. Ho cambiato dopo aver visto il documentario Earthlings. Ho passato diverse ore a piangere a dirotto e non sono riuscito ad assaggiare mai più un solo boccone di animali morti. Non critico la gente che mangia gli animali, ma io non lo faccio. Ciascuno faccia quel che può per il mondo. Alcuni fanno il volontariato, altri diventano vegetariani, altri si prendono cura della nonna. Io, fra le altre cose, ho deciso di essere vegetariano. Ognuno deve cercare di migliorare negli anni che ha da vivere. Io provo a fare in quel modo. In questo momento, se penso a mangiare carne mi fa abbastanza schifo, ma non ho problemi né niente di simile a stare accanto a gente che mangia carne. Ribadisco: ciascuno faccia quel che ritiene meglio

– L’altra particolarità è la tua anima di difensore di animali. Da dove nasce quel tuo aspetto? Cosa pensi dei circhi? E degli zoo? Li vedi come una possibilità per proteggere le specie in via di estinzione o come una gabbia? Perché?

– Non so bene da dove nasce, ma credo che la responsabile del mio modo di pensare sia mia madre, sia in questo che su quanto mi chiedevi riguardo l’etica. Mia madre ha difetti, ma al di là di ciò mi ha sempre insegnato che bisogna fare quel che è giusto, costi quel che costi. Una della cose che mi ha insegnato è il rispetto per gli animali. Non le piacciono molto gli animali in casa, ma in campagna o in libertà sì che le piacciono. Mia nonna invece aveva maggior dimestichezza con gli animali e mi ha addirittura raccontato che suo padre (mio bisnonno) era un appassionato di tutti gli animali e che io somiglio fisicamente a lui da giovane. Lui aveva ogni sorta di animali in casa e andava matto per i gatti. Io sono uguale a lui.

Dei circhi e degli zoo penso cose molto brutte. Credo che gli animali devono essere in libertà e non vivere obbligati a lavorare per noi. Sono prigionieri e gli animali non si divertono. Io posso rinchiuderti in una casa, prendermi cura di te in modo impeccabile e volerti bene, ma ciò non significa che tu non debba essere libero. Senza la possibilità di essere liberi, non esistono scuse. Ahimè, alcuni animali non si trovano bene nemmeno in libertà, dato che usurpiamo i loro territori o non permettiamo loro di espandersi in questo mondo, che appartiene anche a loro. Credo che il rapporto animale umano-animale deve avvenire in libertà per ambo i lati. Le persone che abbiamo animali domestici, tante volte li accogliamo perché sono stati abbandonati, maltrattati o perché stavano per morire nel loro habitat naturale (ci sono animali modificati geneticamente per essere produttivi, come le galline, e non sopravviverebbero neanche un mese in mezzo alla natura).

– Il tuo interesse per gli animali si vede rispecchiato nella tua vita quotidiana. Attira molto l’attenzione il fatto che tu abbia una gallina come animale domestico, oltre a una gatta e a un’uccellina. Come ti é venuta in mente l’idea?

– Beh, non è stata un’idea: sono semplicemente apparse nella mia vita. La gatta mi è arrivata attraverso un’amica che non poteva prendersi cura di lei e alla fine me la sono tenuta. L’uccellina l’hanno trovata dei miei amici quando era una piccioncina, non mangiava né volava e io mi sono preso cura di lei, le ho dato da mangiare e le ho insegnato quel poco che ho potuto. Adesso non va via. Ha un’ala storta dalla nascita ed è sterile, per cui immagino che sua madre l’abbia buttata giù dal nido per via di quello. E la gallina l’ho trovata in autostrada. È una gallina ovaiola e si comporta come un cane. Gli animali imparano per abitudine e non per intelligenza, quindi è possibile insegnare quasi qualsiasi cosa a qualsiasi animale se il sistema d’insegnamento è buono. Questo tipo di gallina passa tutto il giorno a mangiare per poter deporre un tot di uova e ha bisogno d’importanti cure veterinarie. È un’aberrazione che gli animali umani abbiamo fatto cose del genere agli animali.

Chick 'n Roll

– Non avrai scelto la gallina perché sei tifoso di una squadra di calcio che poco fa è retrocessa in B in Argentina… O sì? Con quale squadra t’identifichi?

– No, no, nemmeno se fossi pazzo, hehe. In Argentina tifo il Ferrocarril Oeste, mentre in Spagna sono tifoso del Valencia e del Celta. Però, a dire il vero, non do tanta importanza al calcio. Mi diverto a giocarlo, mi piace guardarlo, ma se mi perdo un Barça-Madrid perché sono in un parco, non mi faccio problemi.

– Avevi menzionato due dei tuoi passatempi: il Kung Fu e la musica. Raccontaci un po’ del tuo percorso nelle arti marziali e come cantante.

– Il Kung Fu che pratico è il Wing Chun. Cominciai ad allenarmi per “fare qualcosa” e ora sono molto coinvolto, dopo circa quattro anni. A breve diventerò cintura nera, tuttavia non credo che ciò sia un punto d’arrivo, ma di partenza. È a partire dalla cintura nera che si comincia ad imparare sul serio. Un aspetto importante del Kung Fu è che cerco di utilizzarlo nella mia vita di ogni giorno coi miei problemi quotidiani. Una delle premesse del Kung Fu è non esercitare la forza contro un ostacolo che possiede una forza superiore. Propone di approfittare della forza contraria, spostarci a un lato e colpire con maggior forza grazie alla sua inerzia. Nella vita si può fare la stessa cosa. È quello il vero Kung Fu. Qualsiasi persona può dare dei colpi, ma non tutti possono far fronte a loro stessi e vincere. Io cerco ancora di vincere contro me stesso e mi risulta difficile. Spero di riuscirci un giorno.

Kung Fu

Per quanto riguarda la musica, sono cresciuto a Valenza, principalmente, anche se l’hobby del canto arriva dalla mia adolescenza, con gruppi di cui ho formato parte a Buenos Aires. A Valenza ho suonato in diversi gruppi coi fratelli Sanchís (Tito e David) e devo a loro una gran parte della mia crescita come cantante. Attualmente ho pochissimo tempo, ma mi piacerebbe trovare un gruppo o partecipare a progetti musicali.

 

– Quali sono le cose che più ti piacciono? C’è qualcosa a cui vorresti dedicare maggiore attenzione?

– Domanda difficile. Credo che quello che più ci piace sia quello che meno cerchiamo, le cose più quotidiane. Non apprezziamo l’importanza di vedere un film sdraiati sul divano con la propria compagna o il proprio compagno fino a quando non possiamo più farlo. Io, personalmente, i migliori momenti che sento di avere sono quando incontro in un ambito informale gli amici in un giorno qualsiasi, quando vado a lezioni di Kung Fu, quando riesco a viaggiare e a godermi la natura, quando sto con la mia ragazza o quando posso aiutare la gente in qualche maniera.

– E speriamo che trovi il tempo per farlo. Se un giorno dovessi registrare qualche canzone, sarà un piacere condividerla sulla pagina de Intérpretes y Traductores al desnudo-Interpreti e Traduttori allo scoperto. Vedere uno dei volti dietro “Traducción Jurada Oficial” è stato molto costruttivo. E come canta Bersuit: “Diseminados y en franca expansión…” (“Sparsi e in chiara espansione…”).

Guitarra

Jurar con acento argentino: Rodrigo Mencía

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¡Más vale tarde que nunca! Si bien la publicación se hizo desear, la espera valió la pena, ya que se trata de la entrevista más larga que hasta ahora se haya publicado en el Blog. Lejos de hablar por hablar, Rodrigo, a quien se lo conoce en el ámbito profesional sobre todo por la traducción jurada, ofrece mucha sustancia en sus temas de charla. Veamos más en detalle en este intercambio entre argentinos.

– Para empezar, te agradezco por la disponibilidad. Me consta que sos una persona que duerme muy poco, por lo que tu esfuerzo se aprecia. Tengo fe en que va a salir algo interesante de este intercambio. Empecemos con tu ámbito de especialidad: las traducciones juradas. Al parecer, en la UE están debatiendo la posibilidad de «suprimirlas» o de limitarlas. ¿Qué creés que ocurriría y qué es lo que harías en ese caso?

– Es un placer participar en tu entrevista. Ofrecen un punto de vista distinto sobre los traductores, demuestran que somos personas, con vidas detrás de la pantalla o del teclado. En un mundo tan competitivo, es necesario que más gente se lance a compartir, a confiar, a ayudar a los demás. Gracias por tu esfuerzo.

Con respecto a lo de las juradas, en realidad lo que se suprimiría o limitaría serían las juradas de los documentos oficiales de los Estados. Esto quiere decir que quizás ya no traduciríamos un certificado de nacimiento o una fe de vida y estado, sino que ese documento sería plurilingüe o adaptado al país de destino. En la actualidad ya existen documentos así (como el certificado de nacimiento plurilingüe, aunque para muchos trámites exigen el literal y el plurilingüe no sirve, por lo que no entiendo por qué no se busca un mejor sistema). O sea que las juradas no van a acabarse. Eso espero, al menos.

– Alex Siú pregunta: «¿cómo ha sido dar ese paso de la jurídica a la veterinaria? A veces veo cómo los traductores pasan de una rama a otra por casualidades de la vida. ¿Es tu caso?»

– La verdad que fue igual que el de la localización a la jurídica/jurada. En mi caso, mucha casualidad no es, ya que amo a los animales con toda mi alma y tengo a gente cercana en mi vida muy ligada al ámbito veterinario, por lo que tengo una pequeña ayuda. Todavía estoy preparándome, pero quisiera seguir avanzando en ello. Igualmente, no pienso dejar nunca la traducción jurada, ya que es sin lugar a dudas una de mis mayores pasiones. Me encanta mi trabajo y lo único que cambiaría es tener más tiempo para ser cada día mejor.

pollo

– Bajo tu punto de vista, ¿en qué podría mejorar el colectivo de intérpretes y traductores? ¿En qué debe mejorar, en cambio?

– Como dije antes, creo que los traductores tenemos notas de acceso muy altas para entrar en la carrera, que tenemos un espíritu muy competitivo y un mercado que alienta muy poco a trabajar en equipo. Creo que debemos superar la barrera del individualismo y entender que, si bien podemos tener diferencias, todos somos traductores e intérpretes y que lo que mejore para uno repercutirá en los demás también. Resulta muy cansino ver que pseudoagencias se aprovechan de traductores desesperados que trabajan por 4 céntimos, por ejemplo. También creo que tenemos costumbres de cobros y pagos nefastas. Tenemos que exigir pagos antes de empezar el trabajo a los clientes directos y, como mucho, a 30 días para agencias. Yo llevo muchos años cobrando por adelantado y vivo pura y exclusivamente de la traducción. No creo ser mejor que los demás para que a mí me paguen y a los demás no.

– ¿Te gustaría trabajar de alguna otra cosa algún día?

– Me gustaría tener tiempo para compaginar ser maestro de Kung Fu con la traducción. Me gusta mucho la enseñanza y, si puede ser enseñar una de mis pasiones, mejor que mejor.

– Olga Jeno comentó en el post anterior: «Me pregunto una cosa en cuanto a los múltiples viajes de Rodrigo: ¿se trata de viajes ligados a la profesión de intérprete o se menciona estos destinos como países de vacaciones y visitas culturales?»

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– Con respecto a los viajes, algunos han sido por ocio, otros por casualidad y otros por trabajo. Incluye todos. A veces, un mismo destino sirve para vacaciones y trabajo a la vez. Por ejemplo, viví en París pero este fin de año volví de vacaciones, por lo que resulta cierto lo que dicen de que “el responsable siempre vuelve al lugar del crimen”. 🙂

coliseo

– A propósito de esta última pregunta, te pediría que nos cuentes un poco de tu vida: en qué lugares viviste, por cuánto tiempo, qué es lo que te indujo a emigrar y cómo te encontraste en cada sitio.

– Bueno, entre los sitios en los que viví puedo nombrar Argentina, Francia y España. Son los lugares que me marcaron. El resto, o fue poco tiempo o fueron lugares de paso. En Argentina pasé gran parte de mi vida, mi infancia, mi adolescencia. No me arrepiento de haber crecido en Buenos Aires. Tuve la suerte de recorrer todo el país y entender que Argentina es mucho más que la Capital Federal. Ser argentino y, sobre todo, porteño, es algo que te marca para siempre. Nos hace tener una visión muy rápida de la vida.

En Francia viví mientras trabajaba para una empresa de Estados Unidos, por lo que no tuve la oportunidad de aprender francés como me hubiera gustado. Sin embargo, convivir con los parisinos me hizo sentir un poco como en Buenos Aires y, si bien tienen muchas cosas criticables, creo que los franceses son un pueblo muy orgulloso (en el buen sentido) y con valentía para hacer lo que se proponen.

Y finalmente, de España puedo decir que es un país pequeño pero mucho más distinto de lo que se percibe desde afuera. No es lo mismo un gallego que un andaluz, aunque tienen ambos cosas buenas y cosas malas. Del norte, de mi vida en Vigo por ejemplo, puedo decir que es muy difícil ser espontáneo o hacerse amigo rápido de un gallego. Eso sí, cuando se abren, uno gana un amigo para toda la vida. Del sur o de la costa oriental, creo que ya todos saben que, a pesar de no ser valenciano, me siento valenciano, por lo que cualquier cosa que diga de Valencia será parcial. En Valencia tuve mis primeros éxitos y es el lugar en el que aprendí a vivir, a ser autosuficiente e independiente. Su sol y su gente me lo dieron todo. También me siento sumamente cómodo en Barcelona. Creo que los catalanes son un pueblo maravilloso. Al estar continuamente entre Madrid y Valencia, puedo añadir que Madrid es mi segunda casa y que durante muchos años prejuzgué a la capital de España. Tras vivir en ella, debo admitir que también me siento como en casa, aunque lo único que se echa en falta es el mar, algo tan necesario para mí.

Emigrar es muy difícil. Emigrar te cambia. Uno ya no es ni de un lado ni del otro, pasa a ser un híbrido único. Te hace ver las cosas de otra manera. Ojalá mucha gente emigrase al menos una vez en la vida para entender que cuando uno se va de su país, no lo hace para jorobar a los del otro, sino por una necesidad, ya sea económica, social, cultural… Emigrar destruye barreras y tiende puentes, te cambia para siempre.

– A pesar de llevar años en España, no perdiste el acento argentino. ¿Te alegra haberlo mantenido? ¿Te parecen reales los estereotipos de argentinos?

– Claro, me alegra muchísimo. Una vez una chica me dijo “no lo pierdas nunca” y le he hecho caso. Mi abuela pasó 40 años en Argentina y no perdió su acento gallego. Espero seguir así también. Sobre los estereotipos, creo que cada vez son menos. Hay gente maravillosa de Argentina y no vale la pena que por 4 malos ejemplos se generalice. Reconozco que, EN GENERAL (espero que yo no), el argentino de Buenos Aires tiende a parecer soberbio, pero creo que es porque somos muy envalentonados y no todo el mundo entiende que lo pensamos en broma. Me gustaría ver otros países en los que sus habitantes sean tan autocríticos como los argentinos. De hecho, somos tan autocríticos que a veces nos falta un poco de patria de verdad (no la de sacar la banderita al balcón, sino la de no tirar papelitos al piso, cuidar las relaciones con los vecinos, reconocer las derrotas, etc.).

– Y a propósito de Argentina: ¿qué es lo que extrañás del país? Allá viviste la época de Menem: ¿qué recuerdos te quedaron de aquella década?

– Echo de menos algunos productos que en España no hay, algunas marcas de alfajores o el dulce de leche La Serenísima. Ahora mismo en España hay de todo y no se me ocurren otras cosas, realmente. Extraño a mis amigos también, pero por suerte me vienen a visitar cada tanto. De la época del innombrable, la percepción que tengo es que vivimos de los créditos y que cuando ese señor dejó el poder nos tocó pagar la factura de la fiesta. Algo parecido a lo que pasa en España y la UE ahora mismo. Parecía que Argentina era Estados Unidos o Japón, cuando en realidad nunca tuvimos las bases para serlo.

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– La gente que te conoce, te define como un tipo muy íntegro. ¿Qué es la ética para vos?

– Creo que ser ético es ser justo, más allá de lo que a uno le convenga. Es perseguir el bien general y no el individual. Es tener unos valores de progreso. Intento ser ético, intento ser justo. Creo que al mundo le hace mucha falta eso. A veces me llevo palos muy grandes por intentarlo, pero cuando las cosas funcionan, la recompensa es mucho mayor. Por ejemplo, yo cuando subcontrato a alguien, le pago al momento de recibir la factura. Quedarse una factura incluso 10 días sin pagar me parece innecesario, ya que ese dinero NO es mío y la persona que me dedicó su tiempo y confianza se merece el mayor de los respetos.

– Hay dos peculiaridades, por así decirlo, a las que muchos te asocian. Una es la dieta vegetariana, algo un tanto insólito en el imaginario sobre los argentinos: empecemos por ahí. ¿De hace cuánto que sos vegetariano? ¿Extrañás de vez en cuando comer un asado? ¿Cómo te manejás con la dieta?

– Soy vegetariano desde hace 4 años y pico. Cambié tras ver el documental Earthlings. Me tiré varias horas llorando a cántaros y no pude volver a probar bocado de animales muertos. No critico a la gente que come animales, pero yo paso de comerlos. Que cada uno haga lo que pueda por el mundo. Unos van de voluntarios, otros se hacen vegetarianos, otros cuidan de su abuela. Yo, entre otras cosas, elijo ser vegetariano. Cada uno debe intentar ser mejor en los años que nos tocan de vida. Yo lo intento de esta manera. Ahora mismo pienso en comer carne y me da bastante asco, pero no tengo problema en estar al lado de gente comiendo carne ni nada por el estilo. Como digo, que cada uno haga lo que considere.

– La otra peculiaridad es tu alma de defensor de animales. ¿De dónde nace ese aspecto tuyo? ¿Qué pensás de los circos? ¿Y de los zoológicos? ¿Los ves como una posibilidad para proteger especies en vías de extinción o como una jaula? ¿Por qué?

– No sé bien de dónde nace pero supongo que la responsable de mi forma de pensar es mi mamá, tanto en esto como lo que preguntabas sobre la ética. Mi madre tiene defectos, pero pese a eso siempre me enseñó que hay que hacer lo correcto, cueste lo que cueste. Una de las cosas que me enseñó es el respeto por los animales. No le gustan mucho los bichos en casa, pero en el campo o sueltos sí que le gustan. Mi abuela sí que tenía más maña con los animales e incluso me contó que su papá (mi bisabuelo) era un amante de todos los animales y que yo me parezco físicamente a él en su juventud. Él tenía todo tipo de bichos en casa y era un loco de los gatos. Yo soy igual.

De los circos y los zoológicos pienso cosas muy malas. Creo que los animales deben estar libres y no vivir forzados a trabajar para nosotros. Son prisiones y los animales no se divierten. Yo puedo encerrarte en una casa, tenerte estupendamente cuidado y quererte, pero eso no significa que no debas ser libre. Sin posibilidad de ser libre, no existe excusa. Lamentablemente, algunos animales no están bien siquiera en libertad, ya que les usurpamos sus territorios o no les permitimos expandirse por este mundo que también es de ellos. Creo que la relación animal humano-animal debe darse en libertad para ambas partes. Los que tenemos animales en casa muchas veces los recibimos porque estaban abandonados, maltratados o se morirían en su entorno natural (hay animales modificados genéticamente para ser más productivos, como las gallinas, y no sobrevivirían ni un mes en la naturaleza).

– Tu interés por los animales se ve reflejado en tu vida cotidiana. Llama mucho la atención que tengas una gallina como mascota, además de una gata y una pajarita. ¿Cómo se te ocurrió la idea?

– Bueno, no fue idea sino que simplemente aparecieron en mi vida. La gata me llegó a través de una amiga que no podía cuidarla y al final me la quedé. La pajarita se la encontraron unos amigos cuando era pichón, no comía ni volaba y yo la cuidé, alimenté y le enseñé lo poco que pude. Ahora no se va. Tiene un ala torcida de nacimiento y es estéril, por lo que supongo que la madre la tiró del nido por eso. Y a la gallina me la encontré en una autopista. Es una gallina ponedora industrial y se comporta igual que un perro. Los animales aprenden por costumbre, no por inteligencia, por lo que es posible enseñarle casi cualquier cosa a cualquier animal si el sistema de enseñanza es bueno. Este tipo de gallina se pasa el día comiendo para poder poner tantos huevos y necesita unos cuidados veterinarios importantes. Es una aberración que los animales humanos hayamos hecho cosas así a los animales.

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– Lo de la gallina no será porque sos hincha de un equipo de fútbol que hace poco descendió a la B en Argentina… ¿O sí? ¿Con qué club te identificás?

– No, no, ni loco, je, je. Yo soy hincha de Ferro en Argentina, hincha del Valencia y del Celta en España. Aunque no le doy tanta importancia al fútbol, la verdad. Me divierte jugarlo, me entretiene verlo, pero si me pierdo un Barça-Madrid por estar en un parque no voy a hacerme problema.

– Mencionaste dos de tus pasatiempos: Kung Fu y la música. Contanos un poco de tu recorrido en las artes marciales y como cantante.

– El Kung Fu que practico es Wing Chun. Comencé a practicarlo por “hacer algo” y ahora estoy enganchado, tras unos cuantos años. En breve llegaré al cinturón negro, pero no considero que eso sea un fin sino un principio. Es a partir del negro que uno empieza a aprender de verdad. Algo importante del Kung Fu es que lo intento utilizar en mi vida diaria, con mis problemas cotidianos. Una de las premisas del Kung Fu es no ejercer fuerza contra un obstáculo que tiene una fuerza superior. Propone aprovechar la fuerza contraria, hacernos a un lado y golpear más fuerte con su propia inercia. En la vida se puede hacer lo mismo. Ese es el verdadero Kung Fu. Cualquiera puede dar golpes, pero no cualquiera puede enfrentarse y ganarle a uno mismo. Yo todavía intento ganarme a mí mismo, me cuesta. Espero algún día poder ganarme.

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En la música me desarrollé en Valencia principalmente, aunque la afición al canto venía desde la adolescencia, con grupos en Buenos Aires. En Valencia toqué en varios grupos con los hermanos Sanchís (Tito y David) y debo a ellos gran parte de mi crecimiento como cantante. Actualmente apenas tengo tiempo, pero me gustaría volver a encontrar un grupo o participar en proyectos.

– ¿Qué es lo que más disfrutás? ¿Hay algo a lo que te gustaría dedicarle más atención?

– Difícil pregunta. Creo que lo que más se disfruta es lo que menos buscamos, lo más cotidiano. Uno no valora la importancia de ver una peli tirado en el sofá con tu pareja hasta que no puede hacerlo. Yo, personalmente, los mejores momentos que siento que tengo son cuando me reúno informalmente con amigos un día cualquiera, cuando voy a clases de Kung Fu, cuando puedo viajar y disfrutar de la naturaleza, cuando estoy con mi novia o cuando puedo ayudar a la gente de alguna manera.

– Y ojalá que encuentres el tiempo para hacerlo. Si algún día llegás a grabar alguna canción, será un gusto compartirla en la página de Intérpretes y Traductores al desnudo-Interpreti e Traduttori allo scoperto. Fue muy constructivo ver una de las caras detrás de «Traducción Jurada Oficial». Y como canta Bersuit: «Diseminados y en franca expansión…»

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